Intitolare una rotonda? No a Darwin; sì ad Apollonia, martire suicida

Pubblicato il da UAAR Catania


di Francesco D’Alpa (responsabile Osservatorio UAAR sui fenomeni religiosi, osservatorio@uaar.it)
 
                                                                                 
                                                                           

Circa un anno fa, noi soci UAAR avevano inoltrato alla Commissione Toponomastica del Comune di Catania una petizione per l’intitolazione di una strada o piazza della città a Charles Darwin, nel duecentesimo della nascita e centocinquantesimo della ‘Origine delle specie’.
Come era ovvio attendersi, non abbiamo avuto alcun riscontro. In compenso, nei giorni scorsi, la Commissione ha deliberato su otto nuovi toponimi di strade, slarghi e piazze di Catania, quattro dei quali (in perfetta par condicio con i laici!) a personalità suggerite (o imposte?) dalla chiesa cattolica. Così, accanto ai nuovi Viale Sandro Pertini (presidente della Repubblica 1896 - 1990), Largo Mario Pannunzio (giornalista 1910 - 1968), Largo Mario Merola (artista 1934 - 2006), Rotatoria Giuseppe Macrì (commediografo 1878 - 1973 ) ora avremo Via Frate Agnello (francescano 1904-1967), Rotatoria S. Agata al Rotolo (patrona di Catania), Piazza Giorgio La Pira (statista 1904 - 1977) ed infine Rotatoria Sant’Apollonia (martire cristiana del III sec. d.C.).
Passi per Giorgio La Pira, che era un politico amato e stimato (anche se nel caso specifico ha certamente contato molto di più la sponsorizzazione quale cattolico); ma a Catania proprio non si sentiva il bisogno di altri toponimi riservati a sant’Agata. Del frate francescano onestamente non conosciamo particolari meriti civili; in ogni caso, non potrebbero mai rivaleggiare con quelli di Darwin e di altri grandi, sdegnosamente ignorati.

Non è la perorazione per Darwin, comunque, il motivo di questo mio intervento, che intende piuttosto mettere in discussione i presunti meriti e l’esempio ‘cristiano’ di sant’Apollonia, vice patrona di Catania.
La sua storia è stata tramandata da Eusebio di Cesarea, sulla base di una lettera di Dionigi d’Alessandria, che così ha narrato un episodio della rivolta anticristiana scoppiata ad Alessandria intorno all’anno 250: “Tutti si gettarono sulle case dei cristiani: ognuno entra presso di quelli che conosce, presso i vicini, saccheggia e devasta; portano via nelle pieghe delle vesti tutti gli oggetti preziosi, gettano via o bruciano le cose senza valore. Si sarebbe detta una città presa e saccheggiata dal nemico […] I pagani presero poi l’ammirabile vergine Apollonia, già avanzata in età. Le colpirono le mascelle e le fecero uscire i denti. Poi, avendo dato fuoco ad un rogo fuori della città la minacciarono di gettarcela viva, se non pronunziasse assieme a loro parole empie. Ella chiese che la lasciassero libera un istante: ottenuto ciò, saltò rapidamente nel fuoco e fu consumata”.
Come in casi simili, cronaca e leggenda certamente si mescolano. In ogni caso, la martire fu subito venerata. Per secoli le sue reliquie si moltiplicarono in quantità abnorme, tanto che all’epoca di papa Pio VI, furono raccolti ma poi gettati nel Tevere ben tre chili dei suoi preziosi denti; ne sopravanzarono ancora almeno cinquecento! Da secoli viene invocata contro il mal di denti e le malattie della bocca: e più recentemente è stata proclamata patrona dei dentisti e degli odontotecnici.
Sotto molti punti di vista la si può comunque ritenere una santa di basso rango, neanche ricordata nel Breviario Romano; non le si attribuiscono prodigi finché viva; e non ha scritto nessuna opera. I soli suoi meriti sarebbero stati il modello di carità e la preghiera.
Jacopo da Varazze (~1230 - 1298), ne ha tracciato questo profilo nella sua ‘Legenda Aurea’: “I suoi spietati persecutori rimasero allibiti oltre misura nel vedere una tale donna più desiderosa di subire la morte di quanto loro non fossero pronti ad infliggerla. Questa martire senza paura, già provata da tante torture, non poteva essere vinta dai tormenti con cui si voleva straziarla, né dal calore delle fiamme, perché il suo spirito era infiammato dei raggi della verità, molto più ardenti di qualsiasi fiamma. Così il fuoco materiale acceso dalle mani dei mortali non poté vincere l’ardore infuso da Dio nel suo cuore forte contro ogni prova. O grande e meravigliosa lotta di questa vergine la quale, per la grazia di Dio misericordioso, entrò nel fuoco così da non essere bruciata, e fu bruciata così da non essere consumata, quasi che né fuoco né torture potessero toccarla! Forse ci potrebbe essere sicurezza nella libertà, ma non gloria, per uno che evita il combattimento. Apollonia, la forte vergine e martire di Cristo, disprezza i piaceri del mondo, calpesta la prosperità di questa vita, desidera solo di piacere al suo sposo Gesù Cristo. Il merito di questa vergine, così gloriosa e trionfante, eccelle e splende tra i martiri. Infatti lo spirito virile di questa donna non cede nel grande sforzo della lotta. Per il suo desiderio del cielo caccia via ogni umana paura e ottiene il trofeo della croce di Cristo. Armata della sua fede più che di una spada contro i piaceri della carne e contro tutte le torture, lei combatte e vince. E questo si degni di concedere a noi Colui che vive con il Padre e lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli”.
Secondo i predicatori cattolici, il martirio di Apollonia ci ricorda che la maturità cristiana non si manifesta solo nel volere e fare il bene, ma anche nella capacità e nella pazienza nel sopportare il male. Ovviamente, ai nostri occhi increduli, è più facile immaginare che il suo culto, specie nel medioevo, fosse legato essenzialmente al desiderio ed alla speranza di sfuggire il terribile mal di denti.
Ma non è ancora questo che ci interessa più da vicino; quanto invece il rilievo dato al suo martirio piuttosto che al suo suicidio. La fredda analisi dei fatti dovrebbe infatti portare a definirla una “suicida in nome della fede” prima che una “martire cristiana”.

Si racconta che ai tempi delle persecuzioni nell’impero romano era abbastanza frequente che i cristiani si togliessero da se stessi la vita, prevenendo i loro carnefici. Ma tale atto poteva considerarsi lecito di fronte a dio? La comune sentenza dei teologi morali è stata praticamente sempre ‘si’. Un notevole esempio ce lo fornisce Alfonso de’ Liguori, il patrono dei confessori, ed il più illustre fra essi. Nella sua “Istruzione pratica pei confessori” (del 1757) come da costante tradizione, egli condanna ampiamente il suicidio, ovvero il darsi direttamente e volontariamente la morte; mentre invece considera lecito l’esporsi al pericolo di morte, in presenza di una valida forte motivazione (quale ad esempio: salvare la vita di un altro, difendere una posizione in guerra, cercare di sfuggire ad un incendio gettandosi dalla finestra); purché l’azione volontaria non conduca a morte certa, giacché in tal caso agire sarebbe come darsi volontariamente la morte.
La sua casistica prevede comunque diverse eccezioni, che di fatto rendono in molti casi assolutamente lecito il suicidio. Fra queste, quella che qui ci interessa viene enunciata in questo modo: «A niuno è permesso l’uccidere se stesso direttamente e di proposito, senza l’autorità o ispirazione divina, per cui già senza colpa alcuni martiri si diedero la morte». Fra gli altri casi, è permesso ad una vergine esporsi al pericolo di morte per non essere violata, «sì per lo amore che deesi alla castità come per lo pericolo di peccato che sempre vi è in tale occasione». Fino a meno di un secolo addietro nei trattati di teologia morale si sentenziava anche che è moralmente consentito che una vergine rifiuti, con gravi conseguenze sulla sua vita, un intervento chirurgico che interessi le sue parti genitali, se tale intervento è compiuto da un uomo; lo deve invece consentire, per doveroso obbligo nei confronti della vita che Dio le ha dato, se ad operare è una donna; ed ancora era concesso ai certosini «l’astenersi dai cibi di carne anche con pericolo della vita».

L’assurdo è che nella trattatistica cattolica si irride il suicidio di Nerone, ritenuto goffo e vile; si depreca il togliersi la vita per sottrarsi ai mali dell’esistenza; si cita Tacito (“E’ necessaria maggiore fortezza per sopportare le avversità, che per lasciarle”); si cita Montaigne (“C’è più costanza in chi logora la catena, che in chi la spezza”); si cita Aristotele (“Morire per sfuggire la povertà, i tormenti dell’amore, o qualche triste evento, non è coraggio ma viltà”).
Ma cosa differenzia i casi ‘profani’ dalle scelte dei martiri? Secondo la chiesa, la differenza sta nella cosiddetta “ispirazione divina”, in un “particolare istinto dello spirito santo”. Perchè solo dio è padrone della vita, e dunque solo lui può legittimamente chiederci di togliercela noi stessi.
Questo non sembra ovviamente potere valere per tutti i suicidi dei martiri. Ma in tal caso il loro gesto viene convertito in virtù eroica sulla base di una presunta ‘buona fede’; ad esempio, si sostiene che essi credevano in questo modo di impressionare i loro persecutori spingendoli alla conversione.
Tale giustificazione appare ai nostri occhi palesemente pretestuosa, se solo se si riflette su situazioni analoghe nelle quali il giudizio teologico-morale è ben diverso. Ad esempio, sempre per Alfonso de’ Liguori, mentre non si pecca se ci si ubriaca accidentalmente perché si è assunto del vino per curare qualche male, è gravemente peccaminoso «ubbriacarsi per sopire i sensi e non sentire il dolore di qualche incisione, o adustione sulle carni»: l’ubriachezza volontaria infatti è ritenuta sempre un atto «intrinsecamente malo», espressamente e severamente proibito.

Dunque, come vediamo, anche nel caso del suicidio la chiesa ci presenta due pesi e due misure, in ossequio al privilegio della fede. Cosa non strana, se solo si pensa a come veniva un tempo stravolto lo stesso concetto di inviolabilità dell’integrità del corpo, accettando (e ritenendolo del tutto legittimo) che i fanciulli venissero castrati onde mantenere la voce infantile: con la scusante che ciò risultava redditizio ai giovani cantori, e che essi attiravano più fedeli alle funzioni.
Tornando alla santa, quale inattuale modello di virtù ed eroismo cristiano e quale esempio di coerenza sul tema della ‘sacralità della vita’, viene dunque proposto agli automobilisti ed alla città laica?


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